
Il dramma dell’uomo col machete a Milano svela il fallimento delle “celle ad alto rischio” negli istituti di pena italiani: il carcere non può sostituire la cura psichiatrica.
Luca Cereda 16 giugno 2026 • 16:48
C’è un paradosso buio, che rasenta l’assurdo kafkiano, nel cuore della giustizia italiana. Accade quando il perimetro del controllo si stringe al massimo, quando l’istituzione dichiara di aver compreso la fragilità estrema di un uomo e, per proteggerlo da se stesso, lo spoglia di tutto. Lo isola. Lo chiude in una “cella liscia”, priva di spigoli, priva di appigli, sotto lo sguardo teoricamente vigile delle telecamere e della ronda. È lì dentro, nella sezione ad “alto rischio suicidario” del carcere milanese di San Vittore, che un uomo affetto da una severa psicosi ha trovato comunque il modo di annullarsi, eludendo la sorveglianza e trasformando l’ultimo avamposto della prevenzione nel teatro del suo definitivo abbandono.
La cronaca recente ci aveva restituito quest’uomo attraverso i fotogrammi convulsi di un pomeriggio di ordinaria follia metropolitana a Milano. Camminava per strada agitando un machete, gli occhi persi nel vuoto di un delirio che nessuno aveva saputo intercettare prima. Un uomo pericoloso per gli altri, si è detto; una minaccia per la sicurezza pubblica, hanno gridato le agenzie.