di Erica Tossani e don Paolo Selmi

scarpdetenis.it, 9 settembre 2026

Le prigioni d’Italia sono invivibili: drammatica e desolante questione umanitaria. Ma non può prevalere lo scoraggiamento. Il grado di civiltà di una comunità si misura da come affronta l’errore. E l’inviolabile dignità di chi lo ha commesso. Tutto chiuso. E dunque tutto sempre più claustrofobico per chi ci vive, carico di tensioni per chi ci lavora, addirittura controproducente per chi, stando “fuori”, si illude che sbattere “dentro” garantisca sicurezza e legalità. Le carceri italiane costituiscono un universo sempre più sovraffollato, rigido, autoreferenziale. In una parola, inumano. Lo documenta il Rapporto Antigone 2026, che l’Osservatorio carcere e territorio della Città di Milano ha presentato a inizio luglio nella sede di Caritas Ambrosiana. L’ha confermato, in quella occasione, persino un magistrato, Marcello Bortolato, presidente del Tribunale di sorveglianza di Milano: dovremmo discutere sulla funzione rieducativa della pena, sancita dall’articolo 27 della Costituzione, e invece ci troviamo ad affrontare una desolante questione umanitaria.